Di solito sceglievo il mio posto, preferibilmente vicino al finestrino, per poter dare uno sguardo curioso alle attività mattutine che si svolgevano puntualmente al di là del vetro traballante del pullman; sostavo cinque minuti, forse per valutare il posto in cui quella mattina ero seduta, aspettando il momento giusto per aprire la tasca esterna della mia borsa nera dentro la quale custodivo il mio libro; lo aprivo, lo sfogliavo cercando il segnalibro di turno immerso tra le due pagine destinate a vedere, per prime, la luce di quel giorno; quindi incominciavo a leggere. Senza dar ascolto a ciò che i miei compagni di viaggio discutevano in quelle ore grigie della giornata, affondavo, almeno quanto il segnalibro nelle pagine, nel racconto e, incurante delle persone che avevo ai lati, mi accingevo ad incontrare ben altre persone, più eteree e dalle fattezze più liquide, ma la cui compagnia gradivo di più, senza molti scrupoli.
Vittoria ha preso possesso della mia compagnia, mi si è seduta affianco ed ha iniziato a parlarmi di sé, del suo mondo romano di vizi e corazze d’apparenza da cui voleva scappare; come potevo non darle ragione, è la mia controfigura nel passato, siamo due attrici su un palcoscenico in due atti diversi.
Nelle mattine seguenti ha continuato a guidarmi lungo la sua vita frivola e nascosta all’ombra delle piante del suo giardino, quello che amava curare con le sue stesse mani e attraverso il quale conduceva i suoi ospiti. Ed io, proprio come un ospite , mi aggiravo per i paesaggi che i suoi occhi sgusciati guardavano al mattino, mentre stanchi la sera preferivano posarsi sulle righe delle epistole arrivate. Saltellavo così da parola a parola nelle sue lettere scritte e ricevute, svoltavo alle sue emozioni e sostavo alla firma, al mittente di quel messaggio a cui Vittoria stava dedicando la sua attenzione.
Non è stato facile costruire la vita della mia compagna di viaggio: intrecci di nomi ed eventi non mancavano, e Vittoria amava celare qualche particolare, forse quel nascondere il suo animo ribelle l’aveva portata ad indossare una indole di misterioso silenzio. Ad aiutarmi però c’era Marella, attraverso la sua curiosità e la sua fortuna, forse, non sarei mai approdata nell’esistenza di Vittoria, o meglio Vittoria non sarebbe mai arrivata nella mia.
Una mattina, qualcosa mi fa avvertire che la loro compagnia sta per svanire: Marella lascia cadere la penna della mano, Vittoria chiude un baule da viaggio dentro il quale tanti mazzetti di lettere, stretti da nastri, custodiscono il sapore di un’avventura sazia di parole e di emozioni.
Distacco momentaneamente lo sguardo dalle pagine, vedo in lontananza tra gli alberi gli edifici dell’università. Traggo un sospiro, lascio sfogliare la carta tra le dita fino alla copertina, ripongo il libro in borsa senza far rumore: un altro viaggio è finito…
Pensieri dopo la lettura di "Una parentesi luminosa" di Marella Caracciolo Chia

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